Antonietta

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La mamma delle mamme.

Oggi ho incontrato una testimone importante, che ci aiuta a conoscere meglio l’Associazione, Kim; a condividerne “stili e valori”. Una persona che ha fatto del sapersi coinvolgere il suo punto di forza. Antonietta Caruso lavora alla Casa di Kim, il Centro di accoglienza dell’Associazione KIM Onlus; prima come volontaria e poi interna allo Staff che gestisce la struttura.

Le domando: “da quanto sei qui nella Casa? E quale è il tuo incarico?”

“Sono entrata circa dieci anni fa e sono tante le cose che mi impegnano qui. Sono a disposizione, come punto di riferimento in maniera particolare delle mamme e dei loro bambini, per parlare con loro, ascoltare le loro richieste e anche le loro confidenze.

Ma poi c’è una casa da portare avanti, il magazzino da tenere in ordine, le scorte da rifornire al Banco alimentare, la spesa da fare, l’igiene e la cucina da organizzare…

La Casa di Kim ha una grande cucina. In cucina le mamme si ritrovano e tu con loro organizzi giorno dopo giorno il vivere di questa Casa; i pranzi, le merende e le cene e come se fosse una grande famiglia. Cosa vuol dire per te?

La cucina per me è proprio il fulcro della casa, un vero punto di incontro tra culture diverse. Qui ciascuna mamma, ognuna con il suo bagaglio culturale legato alla sua storia personale, incontra le altre mamme e insieme a loro prepara il cibo come farebbe a casa propria.

È il luogo dove si vive maggiormente il clima familiare, spesso caldo, pieno di profumi e di cose buone. È un luogo concreto dove si sperimenta l’accoglienza e la creatività. Io stessa imparo molto dalle mamme e loro da me nel preparare i piatti che mangeremo tutti insieme. Mentre si sta in cucina si vivono dei momenti a volte molto intensi, intimi e commoventi: le mamme ridono o anche piangono, scherzano, si lasciano andare e parlano, si confidano perché la famiglia di origine è lontana e lontani sono i loro compagni.

In altre parti della casa, nelle singole stanze, nel salone non trovi il clima umano che si forma in cucina.

Da parte mia c’è molta attenzione nei confronti delle mamme, che di fatto sono delle donne che si trovano a dover affrontare da sole una vera migrazione forzata legata alla malattia del figlio che non può essere curato nel luogo di origine per mancanza di strutture adeguate, e per un periodo di tempo che non è dato sapere. In questo contesto, lontano da tutti i legami familiari, inizialmente queste donne faticano a trovare una propria identità: è come se venissero travolte da tutta una serie di cambiamenti, di incertezze e di paure.

 Nella Casa si vive insieme: mamme, bambini, operatori, volontari. Ti è capitato di trovarti coinvolta in un conflitto?

A me non è mai successo di trovarmi in conflitto con nessuno. Io cerco sempre di essere molto semplice per farmi capire, di essere molto paziente e prima di dare una risposta rifletto molto. Parlo e mi confronto con chi mi chiede aiuto e cerco sempre di essere concreta e quando la lingua potrebbe costituire un problema ci sono sempre i gesti, gli occhi, le mani e perché no anche i disegni, se servono.

L’esperienza di questo lavoro ti ha portato sicuramente a vivere anche delle sconfitte. Ce ne puoi raccontare una e come sei riuscita, se ci sei riuscita, ha superarla?

Per me la sconfitta vera è legata alla morte dei bambini. La sconfitta è sentire dentro un senso di impotenza. Noi non siamo Dio ma abbiamo sempre il desiderio di fare di più, di fare meglio. La grande forza di questa esperienza è che si tocca con mano la concretezza. Spesso mi sono trovata a parlare con una singola mamma che più del proprio bambino aveva bisogno di essere sostenuta. Mi sono seduta accanto lei e ho cercato di rispondere alla sua richiesta di aiuto.

Il bambino che sai che tra qualche giorno non ci sarà più ti sprona a dare di più, a organizzare per lui, per lei una bella festa, un momento indimenticabile. I bambini ti coinvolgono con i loro sorrisi, con i loro abbracci e la loro spensieratezza, la loro gioia. Ma poi pensi alla mamma. Io ammetto sempre di non capire quello che sta passando una mamma, che sa che sta perdendo un figlio, ma cerco di starle vicina.

Ho tante lettere di bambini che mi scrivono, che mi vogliono regalare un loro disegno. In questi disegni ci sono anche io. Loro mi raffigurano come una principessa, alta magra su dei tacchi smisurati, addobbata come un albero di Natale. Loro mi vedono così. A volte dai loro disegni capisci che i bambini sentono dentro di loro che non ce la faranno. Qualcuno allora disegna le farfalle…

Qualcuno ti fa capire che la loro mamma non può essergli di aiuto e allora vanno a cercare la persona forte e loro la trovano in me. Essere forte mi riesce abbastanza bene.

Quando esco da qui tutto cambia e la realtà che mi circonda mi sembra a volte assurda e superficiale.

Quanto porti via con te di quello che vivi qui nella Casa?

Tutto. La mia famiglia condivide con me, pur stando lontani, quello che faccio qui alla Kim. Mio marito è volontario della Kim tutte le volte che mi accompagna a fare la spesa per la Casa.

Antonietta, la tua è una bellissima esperienza legata anche alla continuità dei rapporti con le mamme dopo il loro ritorno al paese di origine.

Rapporti epistolari, telefonici…. ricchi di grande umanità. Ci puoi raccontare qualche ricordo che ti è particolarmente caro?

Tante mamme mi scrivono, mi inviano le foto dei loro bambini che mi mandano i baci prima di andare a letto. Mamme che mi chiamano dall’ospedale per darmi notizie. E io rispondo e le sgrido se si mettono a piangere. Mai farlo se sei in presenza di tuo figlio. Mamme che vorrebbero farmi vedere il filmino del funerale del loro bambino, tornate al paese di origine. A queste rispondo di no. Non ce la faccio.

Se dovessi dare un consiglio a un/a volontario/a che entra per la prima volta da quella porta, cosa gli diresti?

Che è importante entrare in punta di piedi, con l’umiltà di colui che ha tante cose da imparare. Imparare le cose semplici e avere a che fare con la povertà. Le mamme e i bambini guardano e a volte vedono il vestito bello del volontario. Qui impari che le persone hanno la loro dignità. Non esiste il bianco, il nero, il colore della pelle. Esistono i colori. Le antipatie vanno superate.

La sera quando questi volontari si addormenteranno potranno dire come me…  Forse sto facendo qualcosa di bello…

(Livia Fiorentino)