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ETIOPIA, IL PAESE DEGLI OCCHI ENORMI

di Gaetano Cecere

C’è alla casa di Kim un bambino dalla pelle scura, con due occhi enormi bianchi, bianchi e un faccino da bambolotto. Proviene dall’Etiopia, una terra che ci infonde un senso di familiarità. Non una delle tante terre lontanissime da noi, appartenenti ad un altro mondo, al terzo mondo appunto. L’Etiopia invece ci appare vicina, forse perché nei primi del novecento è stata una nostra colonia e molti italiani vi hanno vissuto sino a qualche decennio fa. Purtroppo, quando l’abbiamo lasciata, come colonia prima e come protettorato dopo, non abbiamo saputo garantire la continuità di un rapporto commerciale e culturale privilegiato, come invece hanno fatto altre nazioni europee verso le proprie ex colonie. Al nostro vuoto sono subentrate presto altre potenze. Consiglieri che, anziché favorirne lo sviluppo, hanno curato gli interessi del proprio Stato, instaurando rapporti strumentali che hanno favorito la corruzione e, nel giro di pochi anni, una povertà come prima non c’era. Le guerre contro i Paesi confinati, per non parlare delle guerre civili tribali, in aggiunta alle frequenti siccità, tra cui la terribile carestia del 1984-85 che ha portato alla morte quasi 8 milioni di persone, hanno scaraventato questo Paese alla 169esima posizione nella graduatoria ISU, cioè ad essere uno dei più poveri del mondo. Sugli altopiani si cerca di tirar su caffè da esportare, ortaggi, legumi e frumento, mentre nelle zone umide si coltiva cotone e tabacco. In quanto alla pastorizia sarebbe ben sviluppata, grazie alla presenza di vasti piani, se non fosse per la scarsità dell’acqua. Al contrario, il sottosuolo è ricco di platino e oro ma lo sfruttamento, guarda caso, è ad uso esclusivo di grosse società estere che nulla lasciano ai legittimi proprietari, la gente locale. La popolazione è composta da varie etnie, tra cui la più numerosa è quella abissina, che si considera diretta discendente della tribù semitica trasferitasi lì millenni addietro. Grazie ad essa la regione cristiana è stata un baluardo in africa sin dal medioevo ed ora la cristiana copta è la più diffusa in tutta l’Eritrea. La gente in gran parte vive nei villaggi, mentre gli agglomerati urbani sono presenti, comunque in numero ridotto, soprattutto nell’aria abissina, sorti intorno alle chiese copte. Il loro concetto di società si regge sul quello della  famiglia, che deve essere numerosa e con prevalenza di prole maschile. Questo significa tanti e tanti bambini; villaggi in cui li si vedono sciamare a frotte o seduti accovacciati spesso seminudi, nella totale incuria. Bambini che, se sopravvivono, hanno innanzi a loro lo stesso tenore di vita dei loro padri, che era quello dei loro nonni e lo stesso dei loro avi, nella rassegnazione che nulla è cambiato e nulla cambierà. Una rassegnazione che si legge nei loro occhi, di chi non ha nulla da desiderare perché nulla vede davanti a se da raggiungere. Rapportiamoli ai bambini etiopi che abbiamo visto qui alla Casa di Kim. Nei loro occhi abbiamo letto prima lo stupore di chi scopre un mondo diverso e poi la gioia e lo splendore di chi sta vivendo un sogno. Bello se questa luce restasse in quegli occhi al rientro nei loro villaggi e che fosse in tutti gli altri bambini, con la voglia di crescere e il desiderio di migliorare. Attualmente, in tutta l’Etiopia si sta cercando di aumentare il numero delle scuole elementari per insegnare ai bambini intanto a leggere e a scrivere. E questo è già un gran passo avanti verso la Speranza.

 

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