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IL VECCHIETTO DOVE LO METTO

Proposta per una serata al cinema:commento al film LA FAMIGLIA SAVAGE

di Antonella D'Ambrosio 

 

  La società occidentale, ed in particolare quella americana, sa creare “magnifici” ghetti per anziani, per permettere loro di godersi in tranquillità e relax il tempo che sarà ancora loro concesso, come ironicamente mette in evidenza la scena di apertura di questo non banale film.

  “Deliziose” villette a schiera si ripetono in sequenza a fare da sfondo ad un anziano che salutisticamente corre all’aria aperta.

   Cosa accade, invece, quando le persone non sono più autonome ed autosufficienti? La collettività è in grado di far fronte a questa, ormai diffusa, problematica? Ecco che una questione di carattere sociale, ancora più sentita in questo secolo nel quale l’età media è notevolmente salita, diventa un problema che i due protagonisti di questo film si trovano ad affrontare, anzi devono imparare, sulla propria pelle, ad affrontare, prendendosene la responsabilità.

  Per quanto riguarda l’Italia è ormai considerata un paese di anziani, la popolazione infatti invecchia progressivamente e sempre di più ed aumenta anche l’indice di dipendenza degli anziani (cioè quello che misura il peso della popolazione anziana, dai 65 anni e oltre, su quella in età cosiddetta  attiva, dai 15 anni ai 64)- così almeno per le statistiche; ma ovviamente c’è, come sempre nella vita, il risvolto della medaglia: il Bel Paese è anche il luogo che si colloca,  come conseguenza della costante riduzione dei rischi di morte a tutte le età della vita, tra i  più longevi a  livello internazionale.

  Tornando al film, Laura Linney e Philip Seymour Hoffman, tra i migliori attori contemporanei, interpretano in maniera eccezionale i due fratelli di questa famiglia problematica, ma non irrealistica.   Una telefonata inattesa interrompe il corso normale del vivere e fa piombare nel disagio la figlia, disabituata a frequentare il genitore, che, dal canto suo, ha sempre trascurato i consanguinei, e la costringe a prendere contatti col fratello lontano.

  Nella pellicola sono portate alle estreme conseguenze situazioni denotanti l’assenza della famiglia come istituzione positiva e che sappia far fronte alle necessità del singolo componente nei momenti di bisogno. In realtà l’affetto tra i fratelli esiste, o esisteva, ma è stato trascurato in anni di lontananza fisica e mancanza di comunicazione. I due dovranno affrontarsi, oltre che nelle  differenze dettate dal sesso, anche in quelle dettate dalle diverse  personalità che li contraddistinguono e dal dissimile approccio alla vita.  Le circostanze di seguire il padre nelle peregrinazioni da una clinica all’altra, sempre descritte con sottile ironia e garbata verve, sono motivo per una crescita personale di ciascuno dei due fratelli.  Il loro rapporto, dopo gli scontri col padre, uomo dal carattere difficile sempre, ora aggravato dalla malattia terminale, e le numerose incomprensioni tra di loro, esplicitate in discussioni e liti, sarà destinato ad evolvere positivamente in comprensione e rispetto reciproco.

  La triste esperienza farà, loro malgrado, maturare i due fratelli e riavvicinarli: dalla poca stima reciproca e di se stessi, passeranno ad avere successo, a riuscire a prendere difficili decisioni personali a lungo rimandate per trascuratezza o insicurezza.

 

  Il reciproco rispetto e la solidarietà umana, se superano il ristretto ambito familiare, migliorano la qualità della vita di ciascuno di noi e di tutta la società.

 

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