Giulia

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Giulia, 24 anni, ha concluso la sua esperienza di Servizio Civile Nazionale alla KIM nel gennaio 2020. Ecco quello che scrive:

È già passato un anno, volato.
Ricordo ancora il primo giorno.
Ammetto che ero piena di dubbi. Avevo fatto la scelta giusta?
Mi è bastato un altro giorno per poterlo capire… La risposta era sì.
Se esiste un destino è proprio ciò che mi ha portato alla KIM. Scrivevo una tesi sull’accesso alle cure dei bambini malati stranieri in Italia e grazie ad un amico ho saputo di questa realtà.
La KIM era ciò che mi serviva, era tutto ciò di cui parlavo. Sembrava una realtà creata ad hoc per me.
A distanza di mesi è arrivata l’opportunità del Servizio Civile Nazionale.
Ho sempre pensato che la Casa fosse una culla, un posto ristoratore per chi soffre fisicamente ma anche per chi si sente solo.
Impossibile non sentirsi parte di una famiglia.
Durante questo anno non ho mai avuto le braccia vuote, avevo sempre qualche bambino da coccolare o che mi si attaccava alla gamba per non farmi andare via.
È stato un anno di nuove scoperte ma anche di riflessione e crescita personale.
Ho appreso quanto siamo tutti simili nonostante vivessimo in posti a migliaia di chilometri di distanza.
Ho imparato che nonostante il divario linguistico, c’è sempre un ponte di collegamento tra le persone ed è l’umanità, l’amore.
È stato bellissimo essere la confidente di mamme che affidavano a me i loro desideri e le loro speranze.
Molte volte le ho viste piangere ed ammetto che ho faticato a trattenere le lacrime, ma dovevo essere forte perché se pur non avessi potuto fare molto materialmente, avrei provato a farle sentire amate.
La verità è che ci devi essere per costruire un vero rapporto. Ci devi ESSERE e devi saper ascoltare, anche i silenzi o notare gli sguardi bassi.
Devi vivere la Casa per poterti sentire in famiglia e diventare un punto di riferimento anche per quei piccoli che con le loro vocine richiedevano attenzioni.
Non sempre è stato facile, per niente.
Molte volte ho pianto in silenzio, rientrata a casa, perché toccavo con mano la sofferenza. Ho scelto di fare il lavoro di infermiera, di sofferenza ne vedrò tanta lo so, ma non vorrò mai cadere nell’indifferenza.
Forse una delle immagini più tristi che mi resteranno è l’aver visto un bambino africano perdere la luce naturale che emanava la sua pelle a causa delle cure.
Ricorderò per sempre il grigiore del suo volto o le buste di carta per contenere il vomito.
Ma c’ero anche nel momento della sua guarigione.
Quanta rabbia ho per tutti i piccoli che non riescono a curarsi a causa di guerre e governi che fanno finta di non vedere la sofferenza del proprio popolo.
So che è questo il mio scopo e farò in tutti modi per dare un senso alla mia vita. Devo solo capire come, ma l’Associazione mi ha dato un grande esempio.
Sogno un mondo dove la KIM non avrà motivo di esistere perché tutti avremo pari opportunità e diritti. Soprattutto il diritto alla salute.
Spero di aver lasciato solo l’un per cento di ciò che ho avuto io da questa esperienza.
La più bella della mia vita.
Infine ho ringraziato le mie tre sorelle, compagne in quest’esperienza: è stato anche grazie a loro che non ho mai mollato.
Grazie a tutti voi
Giulia