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TV: CATTIVA MAESTRA O STRUMENTO CULTURALE?

di Mario Pappa *

 

Tutto il mondo è paese: mai come nel caso della TV questo detto popolare si adatta. Da qualunque paese i nostri piccoli ospiti arrivino, qualunque sia la loro lingua e il livello culturale delle loro famiglie… guardare la televisione è il massimo. Passerebbero ore sprofondati nel divano rosso del salone della Casa e i limiti di orario imposti dagli educatori vengono accettati con mugugni e ribellioni.

Se da una parte per i nostri ragazzi la TV  è un utile strumento per apprendere in fretta la lingua italiana, non ci nascondiamo che proprio la diversità di età e di cultura del piccolo pubblico   rende necessario un controllo severo dei programmi seguiti.

Su questo tema  ci può essere molto utile la riflessione propostaci da un amico che, con questo primo contributo, fa il suo ingresso ufficiale nella nostra redazione e che periodicamente ci proporrà una riflessione su un tema educativo o un aspetto della vita di comunità.

 

Sul ruolo e sulla funzione della televisione nella società contemporanea è stato scritto e detto, praticamente, quanto era possibile, sia sotto l’aspetto positivo che negativo;  ritornare quindi sull’argomento può portare a ripetere giudizi già espressi oppure può indurre a scadere in banalità o in considerazioni senza efficacia. Tuttavia, riprendere alcuni aspetti della comunicazione mass-mediologica affidata alla televisione (per la radio e per il pc il discorso potrebbe essere più articolato) è sempre importante e significativo, se non altro per ricordare a ciascuno di noi – educatori, assistenti di comunità, genitori, docenti, volontari che lavorano a contatto con ragazzi e giovani – quali siano i comportamenti corretti da esibire nei confronti della tv e delle trasmissioni da essa proposte.

Non è cosa da nulla se angoliamo le riflessioni sul rapporto qualità di informazione e capacità di ricezione da parte dei giovani utenti in generale e, nel caso specifico, degli ospiti della nostra associazione. Un ambito di riflessione va individuato nelle caratteristiche del sistema di comunicazione, passato, come bene è stato espresso dalla critica sociologica contemporanea, dalla “Galassia Gutemberg” alla “galassia Mc Luhan”:  cioè  da un complesso di segni grafici quale è la scrittura al più allettante veicolo comunicativo affidato alle immagini, al suono e al movimento, cioè alle caratteristiche significative della trasmissione dei messaggi. In altri  termini, la diffusione della cultura attraverso lo strumento libro-carta stampata ha, in gran parte, ceduto la funzione ad un mezzo affascinante, facilmente manipolabile e docile ad ubbidire alle nostre richieste e desideri.

Da qui un primo punto di critica: il soggetto non ancora maturo, incapace di disciplinare i propri comportamenti in modo critico e selettivo o di discriminare i prodotti televisivi, può facilmente accedere a programmi fuorvianti e, comunque, non conformi ai canoni etici e pedagogici, tanto che K.Popper, senza mezzi termini, ha etichettato la TV “cattiva maestra”. Per obiettività di giudizio, però, c’è da dire che la TV ha consentito e consente di migliorare l’orizzonte culturale dei popoli; di accedere in tempi reali alla fruizione dei messaggi che altrimenti non sarebbero stati mai acquisiti; di migliorare linguaggi e competenze; di partecipare – quale “finestra aperta sul mondo” – agli avvenimenti ed ai fatti del proprio ambiente vicino e lontano.

Il problema, quindi, va posto in rapporto alla qualità dei programmi televisivi nel duplice aspetto della responsabilità culturale e morale: ciò riguarda la pubblica amministrazione  e gli enti preposti alla formazione e alla istruzione dei giovani.

Nel primo caso, lo Stato dovrebbe sentire urgente il dovere di legiferare con chiarezza sulle emissioni televisive in rapporto alle fasce-orario: in parte ciò è stato fatto con l’istituzione del Garante, con norme attualmente in vigore e anche con…. il “bollino” giallo-verde-rosso  che compare sullo schermo all’inizio delle trasmissioni, ma ancora non si è nell’ottica di dividere rigorosamente le trasmissioni televisive secondo tempi e modi rispettosi dell’età dei ragazzi circa l’accesso alla programmazione, come avviene in alcuni paesi europei e soprattutto scandinavi. In tal modo, si eviterebbe la tentazione di spaziare col telecomando nell’attuale mondo senza orario degli spot pubblicitari, dei film di sesso e violenza, sanzionando, ovviamente, i gestori che non dovessero osservare i principi normativi.

In mancanza di chiarezza e di norme certe, l’approccio dei ragazzi-adolescenti al mezzo televisivo sembra apparentemente innocente ma, di fatto, produce ripercussioni disastrose nel processo di identità personale e dello sviluppo ordinato e sereno della personalità, almeno per due motivi:

- la visione di spot pubblicitari su prodotti commerciali o di situazioni allettanti, potrebbe suscitare il desiderio di possesso e, non potendo ottenere ciò che viene proposto, i soggetti psicologicamente deboli potrebbero subire una sorta di svalutazione dell’io, di incapacità e di frustrazione compromettenti, sicuramente, la maturazione dell’identità personale;

- il mancato possesso dei beni pubblicizzati potrebbe suscitare, soprattutto negli adolescenti, fenomeni di aggregazione criminale, come nel caso di bande di minori diffuse nella società attuale ed in contesti particolari (aeroporti, stazioni di autobus e ferroviarie, …) nel tentativo di procurarsi i soldi per l’acquisto dei beni desiderati.

L’altro aspetto di responsabilità culturale e morale riguarda quanti hanno il compito di gestire il problema della qualità dell’informazione sul piano pedagogico e didattico. Il riferimento d’obbligo riguarda i genitori, gli insegnati e tutti coloro che in enti e associazioni hanno specifici approcci con soggetti italiani o di diversa nazionalità. Il compito dei genitori, in ordine alla visione dei prodotti televisivi, ha un duplice versante: assicurare la corretta visione di alcuni programmi con la loro presenza al fine di operare una rigida discriminazione tra il dannoso/futile e il formativo/informativo e, nel contempo, di evitare lunghi tempi di permanenza dinnanzi gli schermi televisivi che porterebbero alla “assuefazione acritica” ed alla spersonalizzazione. La responsabilità dei docenti e, in generale, degli operatori che comunque svolgono attività didattica va condotta alla capacità professionale di progettare percorsi educativi e culturali, interessanti e coinvolgenti.

Nel caso specifico dell’Associazione Kim, che accoglie soggetti provenienti da paesi molto diversi per linguaggi, tradizioni culturali e per usi e costumi, il percorso formativo potrebbe riguardare l’arricchimento linguistico e culturale dei soggetti ospitati, mediante il confronto verbale (se possibile!) o iconico dei modi di vita del paese di origine, oppure con sussidi didattici appropriati (cd, film, cortometraggi, diapositive…) che favoriscano il confronto interculturale tra la propria cultura di origine e quella del paese ospitante.

Tale tipologia didattica consente di mantenere, rivivere ed apprezzare la cultura e le consuetudini del proprio paese d’origine e, nel contempo, di accettare e comprendere le diversità culturali della società in cui si vive senza, per questo, sentirsi a disagio o in uno stato di inferiorità, bensì di trovarsi nella situazione ottimale di esprimere la propria identità in un sereno rapporto con un contesto diverso. In tal senso la TV potrebbe efficacemente   diventare un prezioso strumento didattico di veicolazione di messaggi e di cultura.

* dirigente scolastico,pedagogista

 

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