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ZUBAIDA, LA DANZATRICE BAMBINA

 

Dall’Afghanistan agli Stati Uniti, storia di una guarigione

 

di Nino Spampinato da New York

 

“Perché così tanto per un’unica ragazzina? Non si poteva negare che fosse una domanda legittima e che alcuni – forse tanti – avrebbero trovato giusto obiettare sul caso di Zubaida. Del resto, a quella domanda non si potevano dare che tre risposte. Perché il caso ha voluto che si trovasse lì. Perché il caso ha voluto che le altre persone che si trovavano lì fossero quelle giuste. E soprattutto perché quando non è possibile salvarli tutti, occorre fare la seconda miglior cosa possibile: salvarne uno alla volta”.

Questo è un passaggio de “La danzatrice bambina”, il libro che racconta la storia di Zubaida Hasan, una ragazzina afghana gravemente ustionata che è stata curata negli Stati Uniti: uscito in America qualche anno fa, nei mesi scorsi è stato pubblicato anche in Italia, ottenendo un successo di vendite e di critica (era tra i volumi candidati al Premio Bancarella). Nelle sue pagine c’è una storia che per alcuni aspetti è diversa da quella dei piccoli ospiti della Casa di Kim, ma per altri è molto simile, a cominciare proprio dallo spirito che l’ha animata. E dalle fasi in cui si è sviluppata: una bambina sul punto di morire, gli sforzi fatti dalla famiglia per salvarla, il viaggio in un paese lontano, le cure lunghe e difficili, l’inserimento nella realtà locale grazie all’impegno di una famiglia e, infine, il ritorno a casa. 

Una storia cominciata nel luglio del 2001. Zubaida è una bambina di nove anni che vive a Farah, uno sperduto paese nel deserto dell’Afghanistan, ancora sotto il regime dei Talebani: è piena di vitalità e lo dimostra soprattutto danzando, tra le case di fango del suo villaggio o tra le mura della sua piccola abitazione. Rimane vittima, però, di un incidente tremendo e terribile: viene bruciata dalle fiamme che si sprigionano da un cortocircuito e si propagano subito, avvolgendola interamente, a causa del kerosene che la bambina aveva fatto cadere accidentalmente.

Le sofferenze sono atroci; le ustioni talmente gravi che il suo destino sembra segnato. Eppure, qui entra in gioco la ferma determinazione di Mohammed Hasan, il padre di Zubaida che, andando contro anche ad una certa mentalità radicata nel posto, inizia a fare di tutto per salvare la figlia. Si indebita e comincia diversi viaggi della speranza, tra l’Afghanistan e il vicino Iran, che però non danno esito. Nel frattempo, dopo gli attentati dell’11 Settembre, gli americani hanno invaso il Paese per cacciare i Talebani: Mohammed decide di rivolgersi proprio ai soldati statunitensi stanziati a Kandahar.

A questo punto, nonostante le leggi dei militari non lo prevedessero, davanti alle drammatiche condizioni della ragazzina cominciano a scattare una serie di concatenazioni che, dallo sperduto villaggio afghano, la portano in California, nel centro specializzato per grandi ustionati del dottor Grossman, dove cominciano presto le cure, che saranno difficili e dolorose ma necessarie. Allo stesso tempo, tramite l’impegno di un’organizzazione non governativa, Zubaida viene affidata ad una famiglia di origine afghana, ma la convivenza si rivela difficile: di fronte ai momenti di improvvisa irrequietudine, che diventano sempre più frequenti, la famiglia non è più disposta ad ospitarla.

A farsi carico della ragazzina, allora, è direttamente Peter Grossman, il medico che la sta curando, insieme alla moglie Rebecca: decidono di prenderla in casa e di diventarne i “genitori affidatari”. La situazione migliora, grazie anche alla scuola: i Grossman iscrivono Zubaida in un istituto elementare e l’apprendimento, insieme alla conoscenza di altre ragazzine, le dà un aiuto importantissimo. L’integrazione avviene nel migliore dei modi possibile, così come le cure che procedono nonostante la difficoltà del caso (che è raccontato nel sito internet del centro: http://www.grossmanmed.com/zubaida.htm).

Quando, dopo un anno, anche l’ultima operazione è effettuata con successo, Zubaida torna in Afghanistan, ma non nel piccolo villaggio dove non avrebbe avuto la possibilità di studiare e di fare una vita propria: nel frattempo, negli Stati Uniti la sua storia era diventata pubblica, tanto da far scattare una raccolta di donazioni con cui la sua famiglia ha potuto ripianare i debiti e costruire una casa in un altro paese più grande, dove Zubaida e i suoi fratelli sono potuti andare a scuola.

Quella di Zubaida, insomma, è la storia di una guarigione resa possibile dalla sensibilità di molte persone; dalla disponibilità e dalla bravura di un chirurgo; dalla ferma volontà di un padre; ma, soprattutto, dalla determinazione della stessa bambina, oltre che dalla sua volontà di tornare, di nuovo, a danzare.


 

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