Oltre Il Covid, la fame e la guerra

Home / News / Oltre Il Covid, la fame e la guerra

Ha gli occhi lucidi, Hayet: è finalmente riuscita a mettersi in contatto con il resto della famiglia, che vive in un campo profughi vicino a Damasco. I primi di marzo lei e suo figlio sarebbero dovuti ripartire. Erano arrivati a Roma lo scorso ottobre per curare la gamba di Mahmood, grazie a un progetto dell’Unrwa (Agenzia ONU per i Rifugiati Palestinesi). Il dolore era finalmente passato e, ora, si sarebbe trattato di monitorare la situazione a distanza, in attesa di un intervento al termine della crescita. All’aeroporto di Fiumicino, però, li hanno rimandati indietro: blocco aereo a causa dell’epidemia di Coronavirus. Oggi sono in Casa di KIM. Un’attesa lunga e dolorosa, il pensiero alla loro terra martoriata dalla guerra, con una situazione economica al collasso. “Qui non ci manca niente e sento che siamo protetti – ci dice Hayet – ma penso continuamente a mio marito e agli altri figli, cinque figli, che sono rimasti lì. Il virus è arrivato e ha riaperto tutte le ferite, anche nelle zone che piano piano stavano incominciando a riprendersi.  Tutto chiuso, scuole e uffici. La gente è bloccata in casa e la polizia pattuglia. Mio marito fa il venditore d’acqua potabile ma non guadagna abbastanza e i miei figli, anche quelli più grandi, non hanno lavoro. La vita è rincarata tantissimo. Anche un chilo di patate costa troppo. Una nostra vicina ha dovuto abbandonare un neonato perché non sapeva come sfamarlo. Noi sognavamo di rientrare nella casa da cui siamo scappati alcuni anni fa dopo un bombardamento. Stavamo cercando di riparare i danni. E adesso? Non ho paura del virus, ma ho paura delle sue conseguenze. Ho paura della guerra e della fame. Le conosco bene”.